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Sulle province: meno celebrazioni, più analisi
Il discorso impreciso di Ventola, nella giornata delle province
Lo studio della Bocconi, mostrato dall’Upi, deve essere analizzato con serietà e serenità
«Occorre fare un punto e scegliere una strada. Forse avremmo fatto bene a sceglierla 42 anni fa quando vennero eletti i Consigli regionali, quello era il momento per rivedere altre questioni istituzionali, ora bisogna mettere bene a fuoco il problema e risolverlo con razionalità». Le parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sono l'unica bussola da cui ripartire per affrontare la questione province, tentacolo di una questione ancor più grande e intricata, ma inevitabile da risolvere: la sostenibilità di una macchina amministrativa non più sostenibile.
A dar man forte alla dialettica infinita su questo tema, è stata la mobilitazione dell'Upi (Unione Province Italiane) che ha visto riunirsi il 31 Gennaio i consigli provinciali (compreso quello della Bat) per approvare un ordine del giorno con il quale dire no all'abolizione dei loro enti. Un fronte anti-abolizionista che, a supporto della sua tesi, si serve di uno studio realizzato dall'Università Bocconi di Milano. Anche Francesco Ventola, presidente della provincia Bat, ne ha fatto riferimento nel suo discorso in consiglio provinciale, dicendo che essa « dimostra come il costo delle province sia praticamente irrisorio, mentre esorbitante sarebbe quello di smantellamento delle stesse o di trasferimento delle competenze a comuni o regioni ».
Occorre allora analizzare cosa emerge in sintesi da questo studio della Bocconi (che trovate in allegato alla fine di questo articolo):
D'altra parte, è giusto anche puntare il dito contro « le indennità dei consiglieri di amministrazione di tutti gli organismi intermedi, le società partecipate, molto spesso inutili e costosi», come Ventola stesso ha affermato. Inutili però le argomentazioni storiche, usate da Ventola, a sostegno delle province e contro le regioni: non è possibile che si riduca a queste inezie la questione, come fossimo alla premiazione del primo arrivato in una gara della storia. Le province saranno pure nate prima, ma non è certo questo il criterio con cui stabilire i parametri di sostenibilità della nostra macchina burocratica.
Purtroppo il rischio generale che dietro ogni iniziativa si nasconda il solito campanilismo o l'attaccamento ai privilegi, che tutti invece vogliono negare, è purtroppo presente. I dati di questo studio possono lasciar sospettare ciò, in quanto lo stato delle province, come molti ambiti del nostro paese, comprende virtuosismi ma anche inefficienze. Come è possibile quindi, da parte di questi enti, esprimere un'unica posizione davvero sincera? Sarà un caso che il presidente della provincia di Bari Francesco Schittulli proponga di accorpare le province, ponendo come limite minimo la soglia di 1 milione di abitanti, e la provincia che egli presiede supera questa soglia? Sono domande che non vogliono essere pregiudiziali, ma che sono certamente lecite e utili per capire se le volontà di cambiamento dei più siano reali o meno.
Ultimo dato che si aggiunge ad una questione già complessa: nel Decreto Milleproroghe del Governo Monti (cambia il governo, ma l'Italia delle proroghe va avanti), all'art.15 comma 6, si rinvia al 31 Dicembre 2012 il termine ultimo per i prefetti delle nuove province per completare la realizzazione degli uffici; vengono perciò mantenute la risorse assegnate a contabilità speciali intestate ai prefetti. Il tutto passa sotto il termine formale di "poteri sostitutivi e di impulso al fine di garantire la funzionalità degli enti locali".
Di certo c'è solo che la storia non finisce qui. L'auspicio è che l'esito, seppur travagliato, sia ragionevole.
Edoardo Centonze
A dar man forte alla dialettica infinita su questo tema, è stata la mobilitazione dell'Upi (Unione Province Italiane) che ha visto riunirsi il 31 Gennaio i consigli provinciali (compreso quello della Bat) per approvare un ordine del giorno con il quale dire no all'abolizione dei loro enti. Un fronte anti-abolizionista che, a supporto della sua tesi, si serve di uno studio realizzato dall'Università Bocconi di Milano. Anche Francesco Ventola, presidente della provincia Bat, ne ha fatto riferimento nel suo discorso in consiglio provinciale, dicendo che essa « dimostra come il costo delle province sia praticamente irrisorio, mentre esorbitante sarebbe quello di smantellamento delle stesse o di trasferimento delle competenze a comuni o regioni ».
Occorre allora analizzare cosa emerge in sintesi da questo studio della Bocconi (che trovate in allegato alla fine di questo articolo):
- Nelle province italiane vi è la mancanza di un modello omogeneo di spesa, con differenziazioni che non possono essere motivate dalle specificità dei territori. Si ritiene perciò essenziale l'introduzione del criterio dei costi standard, in un contesto dominato dalla spesa storica.
- Ci sono situazioni di inefficienza, e occorre realizzare un maggior efficientamento riducendo il peso dei costi di amministrazione e di controllo sulla spesa totale (l'obiettivo del 25% sul totale porterebbe un risparmio di 542 milioni l'anno)
- Le spese delle province per la rappresentanza democratica sono l'1,4% della spesa corrente, pari a 122 milioni l'anno
- Una minore dimensione demografica e territoriale non implica statisticamente una minore efficienza
- Una maggiore dimensione demografica implica statisticamente una minore spesa per abitante e una maggiore autonomia finanziaria. Le curve che rappresentano queste due relazioni hanno come punto di maggior cambiamento di tendenza il livello di 350.000 abitanti. «Questa dimensione può essere assunta come riferimento per un'aggregazione degli attuali confini»
- Le province svolgono funzioni essenziali, che dovrebbero essere trasferite in caso di soppressione. Per non perdere efficienza, è necessario accompagnare il trasferimento delle funzioni con il trasferimento delle risorse umane e strumentali dedicate alla loro amministrazione e controllo.
D'altra parte, è giusto anche puntare il dito contro « le indennità dei consiglieri di amministrazione di tutti gli organismi intermedi, le società partecipate, molto spesso inutili e costosi», come Ventola stesso ha affermato. Inutili però le argomentazioni storiche, usate da Ventola, a sostegno delle province e contro le regioni: non è possibile che si riduca a queste inezie la questione, come fossimo alla premiazione del primo arrivato in una gara della storia. Le province saranno pure nate prima, ma non è certo questo il criterio con cui stabilire i parametri di sostenibilità della nostra macchina burocratica.
Purtroppo il rischio generale che dietro ogni iniziativa si nasconda il solito campanilismo o l'attaccamento ai privilegi, che tutti invece vogliono negare, è purtroppo presente. I dati di questo studio possono lasciar sospettare ciò, in quanto lo stato delle province, come molti ambiti del nostro paese, comprende virtuosismi ma anche inefficienze. Come è possibile quindi, da parte di questi enti, esprimere un'unica posizione davvero sincera? Sarà un caso che il presidente della provincia di Bari Francesco Schittulli proponga di accorpare le province, ponendo come limite minimo la soglia di 1 milione di abitanti, e la provincia che egli presiede supera questa soglia? Sono domande che non vogliono essere pregiudiziali, ma che sono certamente lecite e utili per capire se le volontà di cambiamento dei più siano reali o meno.
Ultimo dato che si aggiunge ad una questione già complessa: nel Decreto Milleproroghe del Governo Monti (cambia il governo, ma l'Italia delle proroghe va avanti), all'art.15 comma 6, si rinvia al 31 Dicembre 2012 il termine ultimo per i prefetti delle nuove province per completare la realizzazione degli uffici; vengono perciò mantenute la risorse assegnate a contabilità speciali intestate ai prefetti. Il tutto passa sotto il termine formale di "poteri sostitutivi e di impulso al fine di garantire la funzionalità degli enti locali".
Di certo c'è solo che la storia non finisce qui. L'auspicio è che l'esito, seppur travagliato, sia ragionevole.
Edoardo Centonze
Vincenzo Piccialli
il 3 febbraio alle 22.13
" Di certo c'è solo che la storia non finisce qui" . Una storia, quella delle Province, lunga, che ha 150 anni proprio come l'Unità d'Italia e come la storia della nostra tanto agognata sesta Provincia pugliese, che, seppur istituita nel 2004, è "antica" come nelle aspirazioni delle nostre popolazioni. " Di certo c'è solo che la storia non finisce qui" se è vero come è vero che le Province, forse (forse?) verranno abolite, ma le Prefetture (così come le Camere di Commercio, le Questure, i Comandi, gli Uffici, le Direzioni provinciali, ecc. ecc. all'interno delle Province stesse in tutta Italia) continueranno ad esistere così come la nostra Prefettura che avrà tempo sino a dicembre 2012 per completare la realizzazione degli uffici provinciali. "Di certo c'è" che il debito pubblico in Italia è cominciato negli anni '70 proprio con l'istituzione delle Regioni. " Di certo c'è" che un consigliere provinciale percepisce un gettone di presenza di 30 euro, mentre un consigliere regionale guadagna circa 13 mila euro al mese. " Di certo c'è " che la Provincia autonoma di Trento (400 mila abitanti proprio come la nostra Provincia BT) rappresenta una fetta del nostro Paese che funziona davvero, eccome funziona (sanità, scuola, università, infrastrutture, trasporti, turismo, smaltimento e riconversione dei rifiuti...) e che basterebbe prenderla a modello perchè tutte le altre Province in Italia funzionino allo stesso modo. " Di certo c'è " che le prime Province che saranno abolite sono proprio quelle delle Città metropolitane (Bari, Milano, Roma, Napoli, ecc.); vero dott. Schittulli?
I commenti rappresentano le opinioni personali dei lettori di Barlettalife e non dell'editore o degli autori.
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Venerdì 18 Maggio 2012 


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